9000 chilometri. Circa 7 volte la lunghezza dell’Italia, da Bolzano a Lampedusa. Questo il viaggio che il marmo di Carrara ha percorso per arrivare nel luogo in cui vi porteremo oggi: Bangkok, dove sorge il tempio buddista Wat Benchamabophit, anche noto come “tempio di marmo” – l’oro bianco di Carrara ha, infatti, un ruolo particolarmente importante nella preziosa struttura.
La costruzione del tempio è durata dal 1899 al 1911: l’Italia era uno Stato unitario da pochi decenni, quando il re Rama V scelse il nostro marmo per creare una nuova meraviglia nell’antichissimo regno che guidava. Il Wat Benchamabophit rappresenta così un connubio di identità lontane, di tradizioni italiane e thailandesi, di senso del Sacro universale.
Dall’Italia proveniva infatti, oltre che il marmo, l’arte dei torinesi Mario Tamagno e Annibale Rigotti, incaricati della realizzazione dell’opera, mentre le guglie e le finestre finemente intarsiate in foglia dorata, elementi architettonici tipici dei luoghi di culto thailandesi, esprimono tutta la ricchezza e la sacralità di questo tempio regale.
Interamente in marmo è in particolare la struttura dell’ubosot, il luogo di preghiera più sacro, al cui interno si trovano una colossale statua bronzea del Buddha e le ceneri dello stesso re Rama V.
Per chi ama l’arte e l’architettura italiana, è motivo di orgoglio pensare che il marmo di Carrara – tra i simboli più alti della nostra creatività e del nostro ingegno artistico – sia stato il linguaggio con cui epoche e culture lontane hanno espresso il proprio senso del Sacro. Il marmo di Carrara è infatti nelle nostre chiese più belle, nelle opere più rappresentative della Cristianità (come, ad esempio, la Pietà di Michelangelo), ma anche nel Wat Benchamabophit e nella cultura del Bello di innumerevoli altri luoghi.
E magari potrebbero essere ancora orgogliosi quei cavatori apuani di più di cent’anni fa, poiché il frutto del loro lavoro al Monte è oggi una perla del lontano Oriente; una meraviglia che, senza la loro mano, non sarebbe mai nata.